dove va il PD politicamente scorretto

Tutti i mali di Matteo Renzi

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In serata, ieri, dopo l’approvazione al Senato della Legge di Bilancio, Matteo Renzi si è dimesso da Presidente del Consiglio: probabilmente non sarebbe stato necessario se non avesse impostato tutta la campagna referendaria costituzionale sulla sua persona, piuttosto che sul merito della riforma stessa.

Personalmente ho votato NO non tanto per mandare a casa Renzi (e ci sono tutte le motivazioni per farlo, come vedremo), quanto invece perché ritenevo la riforma un ‘pasticciaccio’ tendente a derive autoritaritaristiche ed accentranti in un’unica persona di un unico partito. Ma non è quello di cui voglio scrivere (anche perché ne ho scritto già altrove).Vediamo invece quali sono i mali che hanno afflitto il premier portandolo alla debacle (sottolineando che l’unica volta che si è votato su Renzi, il popolo si è espresso contro di lui e le sue idee politiche).

1- assoluto egocentrismo: molti sono stati positivamente convinti dal discorso di Renzi alle 24 del 4 dicembre, la sua assunzione di responsabilità della disfatta del SI. Ma era un atto dovuto che tutti avrebbero fatto di fronte ad un dato così schiacciante che ha messo il premier di fronte al dissenso di giovani, lavoratori e ceto medio. Quindi ci si aspetta anche un atto di rinuncia alla segreteria del PD, partito che ha spaccato, diviso e portato più volte alla conta. Invece il ‘ragazzino’ è entrato mercoledì pomeriggio nella sede del suo partito sputando veleni, sfidando e riportando le sue verità senza che ci fosse contraddittorio. Non basta per farne un cattivissimo statista?

2- politiche divisive: per quali ragioni abbiamo fatto bene a mandare a casa Renzi? Ha fatto un lungo elenco di leggi approvate durante il suo mandato. Bene, vogliamo analizzarle davvero? Ci vorrebbero libri, però basti ricordare le mancette degli 80 euro soltanto ad una parte della platea dei cittadini, oppure lo smantellamento dell’art.18 e dello Statuto dei Lavoratori attraverso il JobsAct che non ha diminuito la disoccupazione, ma reso precario il lavoro che dovrebbe essere stabile; le politiche di defiscalizzazione e detassazione delle aziende; le politiche a favore delle banche; la BuonaScuola che da una parte con notevoli ritardi stabilizza chi già lavorava nella scuola, dall’altra divide i docenti dai non docenti, i docenti di ruolo dai docenti precari, gli ‘amici’ del dirigente da tutti gli altri …

3- alleanze ambigue: basta fare i nomi di Angelino Alfano (colpito dallo scandalo del fratello ‘impiegato’ delle Poste) e di Denis Verdini (pluriindagato), o del sindaco sceriffo De Luca (altrettanto indagato); o ricordare il patto del Nazareno … ho detto tutto! Da subito non ha puntato ad una politica pulita e propositiva, ma appoggiata da personaggi ambigui che però, per la legge dei grandi numeri, avrebbero garantito la permanenza del suo premierato.

E ci chiediamo ancora perché i giovani under35 hanno votato NO pur senza conoscere il contenuto della riforma (questo uno degli slogan volgari di quelli del SI il giorno dopo….)? perché hanno votato contro i lavoratori del ceto medio? Del resto, se Flavio Briatore ha votato SI, un significato profondo di questa rivoluzione dovevamo già farcelo.

Adesso al lavoro per una SINISTRA protagonista oltre le beghe di partito, per una politica fatta di attenzione al sociale, al lavoro, alla società.

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