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Dante si è fermato a Pisa?

Dante si è fermato a Pisa. E non per poco tempo. Questo è il teorema portante che regge il recente e ricco volume a più voci dedicato a Enrico VII, Dante e Pisa uscito per le cure di Giuseppe Petralia e Marco Santagata (Angelo Longo editore, pp. 520, 56 ill., euro 45.00). E sarebbe novità non di piccolo rilievo nella biografia del poeta che mai ha annoverato Pisa tra le tappe del suo lungo peregrinare, neppure tra le più brevi. A questo punto, ognuno di noi farà appello alla propria memoria scolastica recuperando la celeberrima apostrofe di Inferno XXXIII «Ahi Pisa, vituperio de le genti» con quanto segue, e si chiederà come sia possibile che Dante si rifugiasse proprio là dove aveva destinato alcuni dei suoi versi più duri.

Ebbene, Santagata spiega con dovizia di particolari come tutta la biografia del poeta appaia costellata da incoerenze morali e ideologiche che lo vedranno transitare senza battere ciglio dall’uno all’altro schieramento politico (dai guelfi bianchi ai guelfi neri fino al partito imperiale), senza curarsi troppo di conservare quella patente di coerenza che è giunta fino a noi bella e confezionata da una troppo benevola storiografia dantesca di marca risorgimentale. Dante si trovò spessissimo a «frequentare persone, per non dire a dipendere da loro, che aveva gravemente insultato nei suoi scritti», dal nobile genovese Branca Doria sino al più noto Cangrande della Scala «per il quale nel Paradiso scriverà il più smaccato encomio cortigiano che sia uscito dalla sua penna».

E di servitù in servitù, quando udì della calata in Italia del novello imperatore Enrico VII (1310) eccolo farsi conquistare dal nuovo miraggio di un governo universale che tutto e tutti avrebbe pacificato. Questo se solo l’Imperatore fosse riuscito a vincere l’ostilità perniciosa del pontefice Clemente V, che già manifestava i primi segni di irrequietezza nei riguardi del troppo ingombrante coinquilino, e della riottosa Firenze guelfa, che con tutti i suoi fiorini non solo assoldava milizie per opporsi all’esercito imperiale, ma anche fomentava la ribellione delle città del Nord Italia. Quale momento più propizio, allora, per la stesura della Monarchia, trattato che prendeva le difese dei diritti dell’Impero e ne fustigava gli oppositori, e che Diego Quaglioni («La “Monarchia”, l’ideologia imperiale e la cancelleria di Enrico VII») vuole ora composto all’ombra del mantello di Enrico, forse proprio col supporto e la consulenza dei giuristi imperiali. Parrebbe filare tutto liscio, sennonché la Monarchia contiene un antipatico inciso (I, XII, 6) che fa riferimento al canto V del Paradiso, questo sì certamente composto non prima del 1317. E quell’inciso, ogni volta che si lo vuol cacciar fuori dalla porta rientra dalla finestra, perché recenti e recentissimi contributi confermano che esso compare in quasi tutti i testimoni manoscritti del trattato e deve pertanto esser considerato parte integrante e genuina del testo. Col che viene a crollare buona parte dell’edificio in riva all’Arno.

Ma se Dante non fu a Pisa dove si trovava in quegli anni? I venerandi biografi alla Giorgio Petrocchi lo portano a Verona forse già nel 1312, e a Verona dovette fermarsi un bel pezzo, almeno fino al 1319, se non oltre. Il che renderebbe lo «smaccato encomio cortigiano» di Cangrande pronunciato nel XVII del Paradiso un po’ più coerente con i dati biografici i nostro possesso.

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