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Pensioni discriminate

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Non solo i lavoratori sono in difficoltà, ma anche i pensionati! Studi recenti dell’Istat dimostrano infatti che il potere d’acquisto delle pensioni è sceso, e non di poco.

Ma c’è di più: un recente articolo comparso su L’Unità permette di fare alcune considerazioni sul tipo di pensioni.

Pur essendo le donne pensionate in percentuale superiore agli uomini, attingono ad una fetta inferiore delle pensioni: pensioni discriminanti?

Per poter avere una situazione più chiara sarebbe necessario analizzare anche di che tipo di pensioni stiamo parlando: certo se il dato dovesse essere confermato a parità di pensionati, saremmo di fronte ad una vera discriminazione, così possiamo soltanto registrare il campanello d’allarme e sospendere il giudizio in attesa di un supplemento di indagine.

Di seguito l’articolo comparso sulla stampa venerdì 3 agosto.

Le donne prendono assegni pensionistici più bassi di quelli degli uomini: il differenziale di genere è del 65,6%. Il dato emerge in un’indagine Istat-Inps sul reddito medio dei pensionati italiani. Purtroppo quei numeri sono solo una conferma di quanto già si sa sul fronte lavoro: le donne guadagnano meno degli uomini anche a parità di mansioni. Ma sempre più spesso in Italia lavorano anche meno: il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi in Europa. Le donne, pur rappresentando il 52,9% dei pensionati (8,8 milioni su 16,7 milioni) e percependo più della metà degli assegni complessivi, percepiscono solo il 43,9% dei 266 miliardi di euro erogati (il 56,1% è, infatti, destinato agli uomini). Le pensioni medie delle donne sono inferiori del 65,6% rispetto a quelle degli uomini, tanto che oltre la metà (53,4%) delle donne percepisce meno di mille euro, contro un terzo (33,6%) degli uomini. L’importo medio annuo nel 2011 è stato di 8.732 euro contro i 14.460 euro dei colleghi maschi. Per via del fatto che gli assegni erogati alle donne sono più numerosi, divario economico di genere si riduce al 43,8% se calcolato sul reddito pensionistico complessivo, che risulta pari a 19.022 euro per gli uomini e a 13.228 per le donne. Inoltre tra il 2001 e il 2011, «i differenziali degli importi medi delle pensioni e dei redditi pensionistici tra uomini e donne sono cresciuti, rispettivamente, di 4,5 e 1,7 punti percentuali », scrivono gli esperti. Come dire: le cose peggiorano con gli anni. Le differenze si fanno sentire anche tra i più ricchi. Il numero degli uomini (657 mila) che percepiscono un reddito pensionistico mensile pari o superiore ai 3.000 euro «è di oltre tre volte più elevato di quello delle donne (204 mila) – si legge ancora nel rapporto – Le disuguaglianze più marcate si osservano tra le regioni del Nord, sia con riferimento agli importi medi delle singole prestazioni sia in relazione al reddito pensionistico dei beneficiari». Il rapporto tra il numero di pensionati e quello della popolazione occupata – rapporto di dipendenza – «è a svantaggio delle donne: 91,7 pensionate ogni 100 lavoratrici, a fronte di 55,9 pensionati ogni 100 lavoratori». Il tasso di pensionamento (rapporto tra il numero delle pensioni e quello della popolazione) «è superiore nelle donne rispetto agli uomini, e pari rispettivamente a 43,6 e a 35,9». Nessuna differenza di genere nel peso delle pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti rispetto alla platea complessiva: rappresentano il 78,2% delle pensioni di titolarità maschile e il 78,5% di quelle di titolarità femminile. Ma se le tre voci vengono disaggregate, emerge che quelle di vecchiaia rappresentano il 65,9% del totale delle prestazioni di titolarità maschile (assorbono 1’86,4% della spesa) e il 41% di quelle di titolarità femminile (52,6% della spesa). Situazione opposta per quelle ai superstiti, dove l’incidenza è molto più elevata tra le donne. Differenze rilevanti si riscontrano anche per le pensioni indennitarie: tra gli uomini costituiscono il 6,1% del totale dei trattamenti loro erogati, a fronte dell’1,6% osservato tra le donne. Viceversa, una lieve preponderanza femminile si rileva per le prestazioni assistenziali (invalidità civili, pensioni sociali e di guerra) la cui incidenza tra le donne (rispettivamente 14,4%, 4,1% e 1,4%) è superiore a quella tra gli uomini (rispettivamente 12,2%, 2,6% e 0,9%). Al di là dei risultati statistici in campi specifici, a pesare molto è quel differenziale del 65% sull’assegno medio. «Le donne sono state a lungo discriminate nei posti di lavoro, hanno lavorato tanto e con stipendi più bassi degli uomini – commenta il segretario generale dello Spi-Cgil Carla Cantone – È per questo che oggi che sono in pensione sono più povere. Diciamo che purtroppo sono davvero l’ultima ruota del carro, anche perché non è mai stato riconosciuto loro il lavoro di cura che hanno svolto e che continuano ancora a svolgere».

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