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Gianfranco Contini, Dove va la cultura europea? (Quodlibet, 2012)

gianfranco contini

Presentazione dal sito di Quodlibet: «È ingenuità riunire un congresso sullo “spirito europeo” per poi consigliargli di espungere la politica dalla propria competenza. A meno che la cultura non pretenda di giungere al suo estremo della presa di coscienza per isolarsi e trovare nella propria giustificazione un alibi e un pretesto all’inazione. In senso peggiorativo, potrebbe ben darsi che questa fosse una definizione dell’Europa; e non è da escludere che essa sia questo scadimento (che è morale) d’una cultura a metodo scolastico. Se la reazione consiste nel frenare arbitrariamente lo sviluppo d’un processo dialettico, nel rifiutarsi alle deduzioni necessarie, sarà lecito senza peccato di demagogico vocabolario chiamare reazionaria una cultura che, giunta alla sua presa di coscienza, si rifiuti di convertirsi in azione».
Queste parole si leggono nel reportage che il giovane Contini, “inviato” a Ginevra, scrive nel 1946 per la «Fiera letteraria». In esso sfilano e si confrontano alcuni protagonisti della cultura europea: Lukács, Jaspers, Spender, Bernanos, Benda, Merleau-Ponty, un giovanissimo Starobinski, per ricordare i più noti. L’occasione è la prima di quelle Rencontres internationales de Genève che da allora, con cadenza biennale, hanno discusso temi cruciali della nostra epoca. Fra le reazioni a caldo, spicca quella di Montale, che congratulandosi in una lettera a Contini per «il bellissimo, magistrale rendiconto», aggiunge: «quanta soddisfazione mi ha dato sentir toccare come tu solo puoi fare i punti che più c’importano, nel tuo reportage di Ginevra. Raramente ti eri scoperto così e avevi parlato anche per altri con tanta autorità».

Recensioni
Contini, sognando un’Europa razionale
Massimo Raffaeli «La Stampa-TTL» 11-02-2012
DA GINEVRA 1946. Quel reportage sui ‘Rencontres’ europei, in cui Contini sta con Lukács contro Jaspers
Niccolò Scaffai «il manifesto-Alias» 11-02-2012
Il primo festival culturale con Jaspers, Benda e Contini
Roberto Esposito «La Repubblica» 11-01-2012
Piccola posta. Su Contini
Adriano Sofri «Il Foglio» 21-02-2012
Il dispiacere di incontrare Sartre
Alfonso Berardinelli «Il Foglio» 25-02-2012
I mille volti dell’Europa
Carlo Sini «L’Unità» 29-02-2012
Un moderno racconto filosofico
Silvia De Laude «L’indice dei libri del mese» 01-04-2012
Inviato specialissimo
Roberto Barzanti «L’indice dei libri del mese» 01-04-2012
E Contini scrisse il suo Manifesto
Domenico Scarpa «Domenica – Il Sole 24 Ore» 01-04-2012
Contini professione reporter
Enzo Golino «L’Espresso» 12-07-2012
«La cultura europea su Google? 943 milioni di risposte. Sbagliate»
Cristina Taglietti «Corriere della Sera» 09-09-2012

Contini, sognando un’Europa razionale
Massimo Raffaeli «La Stampa-TTL» 11-02-2012
E’ difficile immaginare uno dei maggiori filologi e critici letterari del secolo scorso, Gianfranco Contini, nelle vesti di reporter ed è ancora più difficile immaginare in quell’umile veste il depositario di una scrittura proverbialmente ardita, intarsiata, non meno complessa degli autori (veri e propri giacimenti auriferi, dai lirici duecenteschi a Gadda e Pizzuto, dai provenzali a Marcel Proust.) di cui di volta in volta è stata il tramite. Eppure esiste un lungo reportage firmato Gianfranco Contini, per l’occasione autodefinitosi «critico nelle spoglie del cronista», uscito sulla «Fiera letteraria» del ’30‑31 ottobre del ’46 e ora riproposto da Quodlibet col titolo Dove va la cultura europea? nella cura impeccabile di Luca Baranelli cui si aggiunge un limpido saggio di Daniele Giglioli.
L’occasione è un Rencontre internationale che si tiene a Ginevra fra il 2 e il 14 settembre dello stesso anno, come se fosse un’oasi spirituale fra le rovine della guerra, mentre il tema non potrebbe essere più militante alludendo ad un Esprit européen che se da un lato fa riferimento a plurime tradizioni culturali e politiche, dall’altro si manifesta al presente nel segno della controversia ideologica e di una disputa che già risente della guerra fredda.
Poco più che trentenne, da anni in esilio ufficioso a Friburgo dove insegna filologia romanza, ex partigiano nella sua Valdossola, aderente al Partito d’Azione, Contini siede in platea e procede al computo delle presenze e delle assenze: fra i liberali, Benedetto Croce pare non sia venuto per timore di incrociare Jean-Paul Sartre (nuova star della filosofia che a sua volta non si è fatto vedere) così come risultano assenti André Gide e Thom,as S. Elliot; l’ex comunista e ora liberalsocialista Ignazio Silone ha risposto all’ appello ma è ripartito senza aprire bocca; la presenza ufficiale dei cattolici (nella latitanza di Maritain, di Mounier e di Aldo Capitini) si riduce a Georges Bernanos, grande scrittore ma oratore tribunizio e un po’ troppo victorhughiano che Contini infatti definisce un energumeno: più interessanti sono semmai le comparsate di alcuni semisconosciuti e però destinati a grande nome, quali Jean Starobinski, Maurice Merlau‑Ponty e Lucina Goldmann.
Nonostante la prevalenza dei francesi (sotto il patrocinio di Marcel Raymond, insigne storico delle avanguardie), la contesa ben presto si riduce a quella fra esistenzialismo e marxismo e cioè fra due solisti, il celeberrimo Karl Jasper e un ignoto professore ungherese («volto di asceta magro e duro, con la bocca larghissima e piatta, gli occhiali ampi, la zazzera centroeuropea appena contenuta e un vestitino color senape»), niente meno György Lukács. Ci si aspetterebbe da parte di Contini una maggiore vicinanza all’esistenzialista tedesco ma, lamentando l’eclissi della Resistenza e del suo «spirito religioso», egli pende invece dalla parte dell’oscuro professore dove sente attiva la lezione dell’Illuminismo e con essa la possibilità di dedurne, per l’Europa, una «storia razionale».
Ciò non impedisce al reporter un giudizio complessivamente negativo sul Rencontre e su un dibattito così generico da tradursi in occasione mancata. C’è solo un attimo che in retrospettiva sa di preveggenza, quando dalla terza fila, forse esasperato dalla fumosità che avvolge lo Spirito Europeo, chiede la parola un italiano che non è affatto un letterato, Umberto Campagnolo (1904-1976, antifascista a lungo esule a Ginevra, poi storico delle dottrine politiche a Padova e futuro collaboratore di Adriano Olivetti). Campagnolo guarda alle macerie d’Europa e soprattutto agli europei sopravvissuti alla Guerra mondiale, ora chiamati a sacrifici che ribadiscono antiche diseguaglianze d’ordine economico e sociale. Stando al referto di Contini, a un certo punto sbotta: «No, egli asserisce, questi guai […] dipendono tutti da fattori tecnici: da istituzioni che, nate in situazioni determinate, si sono svelate inadeguate alla nuova situazione. La malattia è nel mercato, e il rimedio […] consiste nella fusione dei mercati europei, nella federazione europea». Ora per allora, a distanza di decenni, si potrebbe dire meglio?

DA GINEVRA 1946. Quel reportage sui ‘Rencontres’ europei, in cui Contini sta con Lukács contro Jaspers
Niccolò Scaffai «il manifesto-Alias» 11-02-2012
Nei versi di La gloria o quasi, Montale rievocava con nostalgica ironia le «felicemente defunte Rencontres Internationales» di Ginevra, i celebri congressi dedicati ai temi maggiori della civiltà europea, cui lo stesso poeta aveva partecipato tra il ’47 e il ’49. Non vi mancava mai, scrive sornione Montale, «una poltrona / sempre vuota e una scritta che diceva / Riservata alla vedova / di Affricano Spir». Chi fosse costui – un filosofo russo‑tedesco di scuola neokantiana, morto a Ginevra nel 1890 poco importa; conta più quel nome, eterocito e bizzarro: quasi il marchio della provinciale intemazionalità, dell’appartato cosmopolitismo tipicamente svizzeri. Ma c’era stato un tempo (che forse dura ancora) in cui la Svizzera aveva incarnato non solo i per Montale la possibilità di una libera espressione dell’individuo, altrove impedita dai conflitti e dalla nascita della società di massa. Un tempo che comincia con la fine della Seconda guerra, proprio quando l’intellighenzia ginevrina inventa le Rencontres per riannodare i fili di una cultura spezzata e per definire i tratti dell’Esprit européen. Nasce con questo intento la kermesse elvetica; tutt’altro che defunta in verità (la 44a edizione si è tenuta lo scorso ottobre), anche se un po’ meno blasonata ed ecumenica rispetto alla prima edizione, quella del 1946, cui presero parte tra gli altri: Benda, Bernanos, De Rougemont, Jaspers, Lukács, Merleau‑Ponty, Spender, Starobinski. L’Italia, sottorappresentata, contava sulla presenza di Francesco Flora e su quella, ben più in tema, di Gianfranco Contini: nato nel 1912 a Domodossola e professore a Friburgo, Contini era infatti il più ‘svizzero’ tra i nostri intellettuali. Della prima Rencontre poté dunque pubblicare sulla «Fiera letteraria» una cronaca qualificata, che ricevette i complimenti dello stesso Montale. Oggi, nel centenario della nascita di Contini, quel in portage viene ristampato in un piccolo volume curato con la consueta esattezza da Luca Baranelli: Dove va la cultura europea? Sulle cose di Ginevra (con un saggio di Daniele Giglioli).
L’impegno civile e la cultura politica di Contini non colgono di sorpresa chi conosca almeno le sue Pagine ticinesi; ciò non toglie che la lettura di questa «relazione sulle cose di Ginevra» (si noti l’allure umanistica del sottotitolo) ne restituiscano un’immagine in parte nuova. Non tanto, osserva Giglioli, per la competenza nell’affrontare «i più stringenti problemi filosofici e politici […]in un contesto per di più difficile, minato com’era dalla genericità» e «dalla potenziale vacuità dell’occasione»; quanto per «la scelta di campo» che spinge Contini a dare ragione a Lukács, «all’interno di una circostanza che gli appare sostanzialmente dominata dal contrasto tra Lukács e Jaspers, ovvero tra esistenzialismo e marxismo».
Capire la ragione di questa i paradossale circostanza richiede un approfondimento sul pensiero o meglio sulla religione di Contini. E’ la sua formazione rosminiana a fornire infatti gli indizi più importanti; in particolare il concetto i di ‘teodicea’ che – spiegava Contini nel libro‑intervista Diligenza e voluttà – è la «scienza dei rapporti provvidenziali istituiti da Dio nel complesso del cosmo». Ora, a Contini interessa proprio la conoscibilità razionale di quei rapporti più che l’oggetto inconoscibile che li motiva. Così come, in ambito critico‑filologico, le tracce materiali del lavoro creativo gli appaiono notevoli più di ogni i valore estetico rivelato. Di qui il relativo consenso nei confronti di Lukács, la cui religiosità (anche fisiognornica: un «volto di asceta i magro e duro») Contini oppone al ‘dandysmo’ di Jasper («figurino impeccabile in nero o in grigio»). Ma, al di là dell’habitus e soprattutto dell’orientamento politico ideologico, l’illustre cronista apprezza lo guardo sull’immanente, lanciando ironici strali (acuminati, in particolare, quelli verso Bernanos) contro la contemplazione «di non so che verità noumenica, fides sine operibus».
Che la cultura dell’Europa e il suo ‘spirito’ non vivano nell’isolamento trascendentale è una lezione che, a più di sessant’anni dalla prima Rencontre, non si può smettere di imparare.

Il primo festival culturale con Jaspers, Benda e Contini
Roberto Esposito «La Repubblica» 11-01-2012
La prima sensazione che procura la lettura del brillantissimo reportage giornalistico, redatto da un giovane Gianfranco Contini, dell´incontro internazionale tra intellettuali europei svoltosi a Ginevra nel 1946 – adesso edito da Quodlibet con il titolo Dove va la cultura europea?, per la cura di Luca Baranelli e con un´introduzione di Daniele Giglioli – è quella di un contrasto acuto tra la marcata lontananza dell´orizzonte postbellico, e anche dei protagonisti, e la singolare attualità di alcune notazioni del «critico nelle spoglie del cronista», come egli stesso si presenta. Notazioni profonde, nei confronti di un evento certo non anodino, come poteva essere il primo dibattito europeo dopo la sconfitta non solo del nazismo, ma per certi versi dell´intera l´Europa; ma insieme caustiche, espresse in punta di penna e senza reticenze diplomatiche, da parte di un “inviato” del calibro di Contini, appena reduce dalla lotta partigiana e anche da una personale esperienza di governo nella breve stagione repubblicana dell´Ossola, come ricordato nel libro in forma di intervista Diligenza e voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini (Mondadori 1989).
Sembra quasi di vedere, nello scenario svizzero ricostruito con incomparabile verve narrativa dall´autore, «l´erta canizie romantica» del «simpatico ed eruditissimo» Francesco Flora «fra le tante teste pettinate (come, molto affettata, la perdurante frangia ascetica di Benda)» o il contrasto, non solo di idee, tra Karl Jaspers, «gentiluomo altissimo, esile, pallido e canuto, figurino impeccabile in nero e grigio» e «il piccolo Lukács, col suo volto di asceta magro e duro, con la bocca larghissima e piatta, gli occhiali ampi?, la zazzera centroeuropea appena contenuta e un vestitino color senape». Il tutto non senza notare, da parte del critico-cronista, la vistosa carenza di italiani, rappresentati dal solo Flora, dal momento che Croce, alla notizia di una probabile “calata di Sartre”, aveva esclamato «E allora che ci andiamo a fare?». D´altra parte non c´era poi da sorprendersi che i francesi, veri padroni di casa, non avessero fatto ponti d´oro a coloro che, con Hitler quasi a Parigi, li avevano aggrediti alle spalle. Il che non toglie che Contini potesse legittimamente lamentare l´assenza non solo dei Moravia, degli Alvaro o dei Bacchelli, ma anche dei “giovani filosofi” Calogero e Capitini, Antoni e Bobbio, Luporini e Del Noce – tutti, ad eccezione degli ultimi due, della sua stessa provenienza azionista.
Davanti alle macerie ancora fumanti della guerra, a un anno dalla scoperta di Auschwitz e dall´esplosione di Hiroshima, la domanda intorno a cui ruotano le giornate di Ginevra non è poi tanto diversa da quella del primo Congresso degli scrittori antifascisti tenutosi alla Mutualité di Parigi nel giugno del ´35 (su cui si veda Per la difesa della cultura. Scrittori a Parigi nel 1935, a cura di Sandra Teroni, Carocci 2002). Dal resto il motivo della décadence europea era stato intonato da tempo, prima ancora che dai vari Husserl, Heidegger, Spengler, da un ispirato Valéry, all´epilogo dell´altra guerra, quando, all´interrogativo «Che cosa è, dunque, questa Europa», poteva già rispondere che essa «è una sorta di capo del vecchio continente, una appendice occidentale dell´Asia» in La Crise de l´esprit. Note (o L´Européen). Certo, rispetto ad allora un´orda di barbari aveva passato il Reno minacciando di travolgere una civiltà bimillenaria. E già s´intravedeva, tra i vincitori americani e russi, uno scontro di egemonia, foriero, se scatenato, di una catastrofe ancora peggiore. È in questo quadro incandescente e incerto che Contini esercita la propria critica affilata, prendendo debita distanza innanzitutto dal proposito, in quell´occasione un po´ goffo, prima ancora che reazionario, di tenere a riparo la cultura europea dal vento della politica.
Da qui, da questa opzione esplicita a favore di un impegno sobrio ma fermo, discendono tutti i suoi giudizi. Da quello, impietoso, per «l´ircocervo di sciocchezze, di logica e finezza victorhughiane» di Bernanos, «clown perfetto» con la sua «oratoria catastrofica di cassandra non inascoltata» a quello, rispettoso, nei confronti del marxista Lukács, nonostante la netta distanza ideologica che li separava; a quello, aperto ma perplesso, su Jaspers, ricco di pathos esistenziale, ma privo di coerenza interiore e di necessità speculativa. Ciò cui, contro le ipotesi totalizzanti di destra come di sinistra, Contini sembra piuttosto rimandare, nell´ora della ricostruzione, è il senso del limite e dell´equilibrio tra le polarità opposte che, nella loro dialettica, hanno costituito la risorsa profonda della storia europea – l´oscillazione continua tra ragione e fede, autorità e libera ricerca, ordine e rivoluzione. La stessa Resistenza, nella memoria freschissima dell´autore, si configura come una vicenda fatta di ingredienti diversi, ma non priva, nella sua vocazione al sacrificio, di un impulso religioso.
Ma perché l´Europa possa ancora attingere a quella fonte, apparentemente inaridita – questa mi pare la conclusione che possiamo trarre dalle terse pagine di Contini – deve rinnovare radicalmente, prima ancora che il rapporto con le potenze che la circondano, quello con se stessa. Non solo vincere il demone nazionalista che per troppo tempo ha portato dentro rischiando di farsene strangolare, ma anche ripensare a fondo la fatale categoria di sovranità, allargandola progressivamente dai confini dei singoli Stati a quello dell´intera comunità europea. Nella relazione di apertura dell´incontro di Ginevra (oggi interamente leggibile in rete) Julien Benda pronuncia parole che, a sessantacinque anni di distanza, non hanno perso nulla della loro pregnanza: «oggi l´idea di nazione sembra aver terminato la sua carriera, a favore dell´idea di Europa. Ma non facciamoci illusioni; non crediamo che tale idea trionferà naturalmente; sappiamo che essa troverà, da parte di quella che intende detronizzare, una forte opposizione e una resistenza tenace. La verità è che le nazioni, per fare veramente l´Europa, dovranno abbandonare, non certo tutto, ma qualcosa della loro particolarità in favore di un´entità più generale».

Piccola posta. Su Contini
Adriano Sofri «Il Foglio» 21-02-2012
Con il titolo “Dove va la cultura europea”, le edizioni Quodlibet hanno ristampato a cura di Luca Baranelli (e con un saggio di Daniele Giglioli) il reportage che il trentaquattrenne Gianfranco Contini scrisse per la Fiera letteraria sulla “Rencontre internationale” tenuta a Ginevra nel 1946, con la partecipazione di artisti e intellettuali di tutta Europa. Da questa saporitissima lettura estraggo intanto le parole che Contini applicò a George Bernanos, ma che saprebbero trovare una gara di destinatari al giorno d’oggi: “Con la pessima falsità di chi simula lo smercio di verità impopolari…”. La colpa di Bernanos, “cassandra non inascoltata”, secondo Contini era di “cumulare in uno solo, piazzato all’estrema destra, i totalitarismi di destra e di sinistra”. Contini veniva dalla militanza nel Partito d’azione dell’Ossola. Il breve testo è tutto così affilato, e per esempio cita di Lukàcs “lo spettacolo dell’intelligenza pura, intendo anche scevra d’ogni altra qualità umana”. Vi si legge anche un giudizio memorabile sulla Resistenza, e sulla ragione per cui “il marxista puro rischia di lasciarsi sfuggire il proprio della Resistenza, e magari della sua Resistenza”, che è stata molte cose, “ci saranno entrati spirito d’avventura, forza maggiore e infiniti altri ingredienti; ma è stata soprattutto impulso religioso”. Fra le numerose ragioni di stile e di argomento che raccomandano la lettura, ci sono osservazioni sul rapporto fra politica e tecnica, e politici e tecnici: “Cavour era un tecnico: rinunciava per questo a ogni idée générale?”. Chi trascina il reciproco, gli adepti di una idee générale possono forse rinunciare a farsi tecnici?

Il dispiacere di incontrare Sartre
Alfonso Berardinelli «Il Foglio» 25-02-2012
Rileggere il reportage continiano sugli intellettuali riuniti a Ginevra

A cura di Luca Baranelli e con un saggio-postfazione di Daniele Giglioli, è appena uscito un reportage culturale del giovane Gianfranco Contini, “Dove va la cultura europea? Relazione sulle cose di Ginevra”. Il testo fu pubblicato nel novembre 1946 sulla “Fiera letteraria”. L’ampio testo (di non agevole lettura e non privo, in verità, di strozzature espositive, se non di ammicchi) riassume quanto avvenne nel primo dei Rencontres internationales appena svoltosi a Ginevra, con la partecipazione, fra gli altri, di Bernanos, Denis de Rougemont, Benda, Flora, Jaspers, Lukàcs, Spender, Merleau-Ponty. Tutti nomi di cui non era facile accontentarsi perché facevano subito pensare a quelli dei molti assenti, che Contini per primo avrebbe ascoltato volentieri: anzitutto Gide, Eliot, Croce, Ortega y Gasset, Montale, Silone, Maritain, Berdjaev, Karl Barth. Tra le voci di corridoio registrate da Contini, se ne ricordano in particolare due. La prima è che Croce, inizialmente previsto, abbia poi rinunciato a venire per evitarsi il dispiacere di incontrare Sartre (che pure non si presentò).
La seconda delle voci riguarda Lukàcs, deluso di dover discutere con Jaspers: “Nei corridoi dichiarava che come avversario avrebbe preferito un Heidegger”. Insopportabile risulta a Contini “l’energumeno Bernanos (…) che poté spacciare a una folla serale in un autentico teatro il suo ircocervo di sciocchezze, di logica e finezza victorhughiane”. Ma poco sopportabile gli risulta anche Spender, anzitutto “per la totale (e quanto inglese) mancanza di razionalizzazione e per la mediocre fonazione del suo francese”. Così sembra che la caricatura continiana di Spender ne faccia soprattutto una specie di esemplare tipico dell’inglese, evidentemente poco apprezzato dal nostro critico: “Troppo alto per evitare qualsiasi sospetto di goffaggine, coi tratti del volto e le ciocche fulve che gli sfuggono da ogni parte, la carnagione sanguigna dai traumi atmosferici del nord, il portamento più giovanile che non porterebbe la sua nascita nel 1909, le camicie turchino cupo, sospesa per una cinghia splendidissima alla spalla una ‘camera’ perlomeno da colonnello, che egli azionava a ritrarre le scene più divertenti, in bocca sigaretti puntuti frammezzo a tante sigarette d’intellettuale (Lukàcs ne consumava in dosi da maniaco), aveva tratti etnici pronunciatissimi. etnica soprattutto la buona fede, l’infantilità ritardata”. Insomma più o meno un coglione, secondo Contini: anche se non è del tutto chiaro il perché. La vera e pura intelligenza, tagliente e razionale, un po’ inumana, viene riconosciuta quasi esclusivamente a Lukacs. E questa è una notizia. L’azionista Contini sceglie il marxista Lukacs, non l’esistenzialista Jaspers. Contini vuole che la cultura parli di politica e che la Resistenza, – che è stata “soprattutto impulso religioso” e “forma eroica”, senta “l’obbligo morale di acquistare la competenza a governare”. Dunque il Contini politico è sia religioso che realista. Il suo azionismo simpatizza metodologicamente con la politica comunista, escludendone i contenuti e implicando, invece Cristo. Scrive Contini: “Capisco che Cristo non è cultura, secondo la suggestiva formula di Bo (certo, certo, ma è un po’ più grave che la cultura e non sìa Cristo)”. In conclusione, si prevede una pedagogia politicamente orientata, a base di intelligenza dialettica e tecnica. Sull’attualità di questo Contini è difficile pronunciarsi. Il suo discorso è troppo stringato per essere oggi facilmente comprensibile. Nel frattempo è passato più di mezzo secolo e fra i termini usati (dialettica, politica, Cristo eccetera) non ce n’è uno che possa essere usato senza discussione preliminare. Agli eventuali comunisti di oggi che si assumano anche Gesù, non riesco a credere. Quanto alla politica, è meglio che la cultura non la idealizzi, perché, politicamente parlando, la politica è quella cosa che fanno i politici, non quella che sarebhe bello che fosse. Così sembra che la caricatura continiana di Spender ne faccia soprattutto una specie di esemplare tipico dell’inglese, evidentemente poco apprezzato dal nostro critico: “Troppo alto per evitare qualsiasi sospetto di goffaggine, coi tratti del volto e le ciocche fulve che gli sfuggono da ogni parte, la carnagione sanguigna dai traumi atmosferici del nord, il portamento più giovanile che non porterebbe la sua nascita nel 1909, le camicie turchino cupo, sospesa per una cinghia splendidissima alla spalla una ‘camera’ perlomeno da colonnello, che egli azionava a ritrarre le scene più divertenti, in bocca sigaretti puntuti frammezzo a tante sigarette d’intellettuale (Lukàcs ne consumava in dosi da maniaco), aveva tratti etnici pronunciatissimi. etnica soprattutto la buona fede, l’infantilità ritardata”. Insomma più o meno un coglione, secondo Contini: anche se non è del tutto chiaro il perché. La vera e pura intelligenza, tagliente e razionale, un po’ inumana, viene riconosciuta quasi esclusivamente a Lukacs. E questa è una notizia. L’azionista Contini sceglie il marxista Lukacs, non l’esistenzialista Jaspers. Contini vuole che la cultura parli di politica e che la Resistenza, – che è stata “soprattutto impulso religioso” e “forma eroica”, senta “l’obbligo morale di acquistare la competenza a governare”. Dunque il Contini politico è sia religioso che realista. Il suo azionismo simpatizza metodologicamente con la politica comunista, escludendone i contenuti e implicando, invece Cristo. Scrive Contini: “Capisco che Cristo non è cultura, secondo la suggestiva formula di Bo (certo, certo, ma è un po’ più grave che la cultura e non sìa Cristo)”. In conclusione, si prevede una pedagogia politicamente orientata, a base di intelligenza dialettica e tecnica. Sull’attualità di questo Contini è difficile pronunciarsi. Il suo discorso è troppo stringato per essere oggi facilmente comprensibile. Nel frattempo è passato più di mezzo secolo e fra i termini usati (dialettica, politica, Cristo eccetera) non ce n’è uno che possa essere usato senza discussione preliminare. Agli eventuali comunisti di oggi che si assumano anche Gesù, non riesco a credere. Quanto alla politica, è meglio che la cultura non la idealizzi, perché, politicamente parlando, la politica è quella cosa che fanno i politici, non quella che sarebhe bello che fosse.

I mille volti dell’Europa
Carlo Sini «L’Unità» 29-02-2012
All’indomani della fine del secondo conflitto mondiale Erich Auerbach, il grande filologo romanzo emigrato negli Stati Uniti, si chiedeva quale fosse l’identità europea. Essa, diceva, è inscritta in una “felix culpa”: quella della molteplicità delle lingue e delle credenze, radicate però in una comune tradizione risalente al medio evo, all’Europa di Dante e di Carlo Magno e poi al sogno umanistico della classicità pagana. Unità e molteplicità straordinariamente ricche quanto fragili e in pericolo. Oggi ne riscopriamo il senso problematico (vedi Filologia della letteratura mondiale, Boook editore 2006 e, appena riedito presso Quodlibet, il vivace scritto del 1946 di Gianfranco Contini, Dove va la cultura europea?).

Un moderno racconto filosofico
Silvia De Laude «L’indice dei libri del mese» 01-04-2012
Montale era stato tra i più solleciti nel congratularsi con Gianfranco Contini, all’uscita del numero della “Fiera letteraria” che si apriva con il “bellissimo, magistrale rendiconto del raduno suizo” (la prima delle Rencontres internationales di Ginevra, sul tema L’esprit européen). Gli aveva scritto il 1° novembre 1946, e il settimanale portava la data del 31 ottobre: “Quanta soddisfazione mi ha dato sentir toccare come tu solo puoi fare i punti che più c’importano, nel tuo reportage di Ginevra. Raramente ti eri scoperto così e avevi parlato anche per altri con tanta autorità” (Eusebio e Trabucco. Carteggio di Eugenio Montale e Gianfranco Contini, a cura di Dante Isella, Adelphi, 1997). Il primo a rivendicare la natura (anche) letteraria di Dove va la cultura europea? è stato però alcuni decenni dopo padre Giovanni Pozzi, che nel Dittico per Contini parla del rendiconto ginevrino come di un “racconto creativo”, “un moderno conte philosophique” (in Alternatim, Adelphi, 1996).
Saggio? Cronaca? Racconto filosofico? Di certo le singolarissime pagine del critico “nelle spoglie del cronista” (è lui a definirsi così) riservano molte sorprese. La prima è il piglio, l’autorevolezza, la totale mancanza non solo di timore reverenziale ma anche di generico ossequio nei confronti di personaggi che hanno magari più del doppio dei suoi anni, e sono considerati mostri sacri della cultura europea. (“Cosa significa avere vent’anni / se non amare pochi maestri e odiarne molti?”, ha scritto Giovanni Agosti). Il giovane Contini (in realtà trentaquattrenne, ma già un’autorità) non si risparmia impuntature, esibite insofferenze, bocciature sonore. (segue…)

Inviato specialissimo
Roberto Barzanti «L’indice dei libri del mese» 01-04-2012
L’elegante resoconto della prima delle Rencontres internationales di Ginevra sceneggiato con cesellata tessitura critica da Gianfranco Contini non nasconde le vibrazioni di un’appassionata partecipazione personale. Il molto speciale inviato – nel settembre 1946 – in terra elvetica era posseduto da una febbrile curiosità. Si avverte nella sua scrittura una tensione interrogativa che dà al lungo articolo scritto per la “Fiera letteraria” il respiro di un’alta testimonianza.
Il puntuale apparato di note che accompagna l’esemplare edizione curata da Luca Baranelli e il contributo di Daniele Giglioli, che ne commenta alcuni temi portanti soccorrono nella comprensione di un testo tutt’altro che lineare.
Contini non era nuovo alle dispute tra protagonisti di un variegato pensiero plurale. Il ritrattino, ad esempio, che qui egli traccia di Julien Benda, “invecchiatissimo – riferisce – dal congresso di fronte popolare ‘pour la défense de la culture’ di dieci anni fa” è sicuro indizio di una sua attenta presenza al I Congresso degli scrittori antifascisti tenutosi alla Mutualité di Parigi nel giugno 1935. Sono debitore del prezioso rilievo a Sandra Teroni, che di quell’assise ha presentato (nel 2005, in collaborazione con Wolfgang Klein) tutti i testi ed è conoscitrice autorevole dell’opera di Benda: e non si tratta di un dettaglio utile solo per approfondire la biografia di Contini, che in effetti si trovava, ventiduenne, a Parigi nel biennio 193435 per seguire i corsi di Joseph Bédier e per lavorare al suo Bonvesin da la Riva. Le tematiche che furono alla base di quell’appuntamento risuonano in riva al lago di Ginevra e alimentano alcuni degli animati Entretiens che facevano seguito alla conferenze (segue…)

E Contini scrisse il suo Manifesto
Domenico Scarpa «Domenica – Il Sole 24 Ore» 01-04-2012
Nel presentare, accompagnandolo con un saggio molto acuto, il reportage Dove va la cultura europea? Dove Contini raccontò le prime Rencontres internationales svolte a Ginevra nell’ottobre del ’46, Daniele Giglioli ha saputo saldare in maniera persuasiva le due metà di Contini, il filologo e l’uomo della praxis: «La sua filologia – scrive Giglioli – non comincia dove finisce la sua politica, ma ne discende, la prosegue e la attua». Oggi, nel centenario della sua nascita, e in queste imprevedibili settimane in cui la formazione culturale fa notizia, il modo migliore per celebrare Contini è riprendere i suoi esercizi, imparare dalla sua «pedagogia della forma», farsi imprimere quel suo scatto antiqualunquista e anti-rinunciatario. Perché altrimenti, come diceva un suo coetaneo da lui molto ammirato, il musicologo Fedele D’Amico, resteremo «enza grammatica e senza rivoluzione».

Contini professione reporter
Enzo Golino «L’Espresso» 12-07-2012
Alla prima delle “Rencontres internationales” (Ginevra, 2-14 settembre 1946) c’era il trentaquattrenne Gianfranco Contini, dal 1938 cattedratico di Filologia romanza a Friburgo, per l’occasione nel ruolo di cronista. Il suo reportage, molto lodato da Montale, apparve alla fine di ottobre sulla «Fiera letteraria» ed ora, con il titolo Dove va la cultura europea?, presso Quodlibet (pp. 63, € 9) in una edizione assai ben curata da Luca Baranelli, e con un saggio non proprio adeguato di Daniele Giglioli. Il tema dell’incontro, lo Spirito Europeo, dopo i timori iniziali per la sua vaghezza si rivela produttivo nonostante «gli inevitabili accademici e vanitosi». L’ironia dello speciale inviato si esercita nel definire «energumeno» Georges Bernanos, scolpisce un acuminato ritrattino di Stephen Spender, commenta pettinature come «la frangia ascetica» di Julien Benda e certe assenze importanti: Gide, Eliot, Ortega y Gasset, benché fossero stati invitati. Benedetto Croce avrebbe addotto «impedimenti fisici» anche se il vero motivo del rifiuto – si diceva – era la «minaccia d’una calata di Sartre». L’insolito reporter annota quanto sia lacunosa la presenza italiana fra i nove relatori con il solo pur «simpatico ed eruditissimo» Francesco Flora. Fra le tante suggestioni di questo scritto risaltano l’interesse per Lukács (secondo alcuni una sorta di bolscevico Molotov); l’idea che non si può espungere la dimensione politica dalla cultura; il dovere per gli intellettuali di occuparsi dell’insegnamento; l’affermazione che «Cavour era un tecnico: ma non rinunciava per questo a ogni idea generale». Accelerando il passo verso un’utopia tuttora incompiuta, Contini è d’accordo con chi sostiene che «la malattia è nel mercato, e il rimedio […] consiste nella fusione dei mercati europei, nella federazione europea». E dimostra così quanto mondo esisteva nel suo pensiero filologico.

«La cultura europea su Google? 943 milioni di risposte. Sbagliate»
Cristina Taglietti «Corriere della Sera» 09-09-2012
MANTOVA – Dove va la cultura europea? A questa domanda cercarono di rispondere, nel 1946, intellettuali e filosofi come Lukács, Spender, Jaspers, Bernanos, Merleau-Ponty convocati a Ginevra per ragionare su che cosa restava dell’identità europea dopo le distruzioni del secondo conflitto e convinti della necessità di riannodare i fili di un dialogo comune. Il critico Gianfranco Contini, allora trentaquattrenne, raccontò per la «Fiera letteraria» gli esiti del «Rencontre» svizzero. Da lì, da quel resoconto ripubblicato agli inizi del 2012 da Quodlibet, in occasione del centenario della nascita di Contini (1912-90), ha preso spunto il confronto di ieri al Festivaletteratura, tra il teorico polacco della postmodernità Zygmunt Bauman e il critico Cesare Segre. Dove va, oggi, la cultura europea? è stata la domanda a cui hanno cercato di rispondere i due studiosi sollecitati dal coordinatore Daniele Giglioli che notava l’analogia tra l’Europa di allora, ridimensionata da una guerra che, per la prima volta, l’aveva costretta a prendere atto di non essere più il centro del mondo, e questo ultimo decennio in cui tutte le decisioni cruciali sono state prese altrove.

È toccato a Cesare Segre inquadrare storicamente il tema sottolineando che «Contini scriveva in un dopoguerra che non era un semplice ritorno alla pace, ma la fine di due dittature e la fine di un’ispirazione criminale della politica. Il momento in cui si organizzano i “Rencontres” è il momento in cui l’Europa liberata fa i conti con le sue idee. Contini parte dall’assioma secondo cui la cultura è parte importante della politica e la politica a sua volta è riportabile a un pensiero filosofico. Italiano colto, di sinistra, Contini era convinto che l’ordine delle idee nato dall’Illuminismo sia ancora valido, che il nazismo e il fascismo fossero stati dei fenomeni degenerativi da cui si poteva uscire. Questo spiega perché descrivendo l’andamento del convegno, mostra un’imprevedibile ammirazione per Lukács che allora in Italia era poco noto. Nonostante le sue idee fossero lontane da quelle di Lukács, trovava nel suo pensiero strutture valide e utili da discutere». E questo, per Segre, è il vero cuore del discorso: «Allora si poteva abbozzare un sistema di saperi, collegarlo al sistema politico e inserirlo in un sistema filosofico. Tutto ciò oggi non c’è più».

La definizione di che cosa possa essere la cultura europea apparentemente sfugge da tutte le parti. «Ho cercato su Google – ha detto Bauman con il fiume ininterrotto di parole che ha messo a dura prova il suo interprete – e sono usciti 943 milioni di pagine, anche se la maggior parte delle risposte non c’entrava niente. Da un trattato in cui si comparano varie ricerche su che cosa pensano gli europei di questo concetto è emerso che il 39 per cento degli italiani associa la cultura alla famiglia (più o meno la stessa cifra per i polacchi) mentre nel resto del continente solo il 20 per cento. Il 57 per cento degli europei ritiene che non esiste un’identità culturale comune, il 32 per cento che non esiste una cultura europea distinta da quella occidentale generale, mentre per il 76 per cento il valore più importante è la diversità. Questo consente di rispondere alla domanda: l’Europa non va verso un’unica cultura, sviluppa l’arte di vivere insieme nelle differenze. Rispetto al ’46 abbiamo fatto molta strada. La cultura oggi è un processo, non più una struttura».

Ma nella strada, fa notare Giglioli, si è perso qualcosa, certamente il ruolo degli intellettuali. «Questa è una differenza molto drastica – ha notato Bauman – legata al fatto che uno dei grandi cambiamenti che ci sono stati, e che allora Contini non poteva prevedere, è che siamo passati da una società di produttori a una società di consumatori. La domanda allora è se la cultura come la conosciamo noi, fin dalla Grecia o dalle grotte di Altamira, può sopravvivere. Al tempo di Contini fare cultura per gli intellettuali significava aiutare gli altri ad aprire gli occhi, oggi significa esporre le proprie merci al mercato, sedurre il potenziale cliente. Perché la cultura non soddisfa più esigenze umane ma crea nuovi bisogni, alimenta l’insoddisfazione».
Con Bauman il tema si allarga, coinvolge la cultura in generale, radicalmente modificata anche dai social media («Finché Facebook non è stato creato nessuno aveva bisogno di spendere tre ore per sapere che cosa stanno facendo i suoi amici»), e si ricollega al pensiero di Edgar Morin, l’altro grande vecchio che stasera chiude il festival e che ieri, in un incontro con i giornalisti, ha parlato della necessità di una «riforma generale del consumo per una nuova economia».

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